Sembra divenuto d’obbligo, per ogni Amministratore locale che si rispetti, organizzare una “notte bianca” per la città che governa. È così che, in barba a bilanci comunali dissestati, problemi abitativi irrisolti, strutture carenti e servizi a dir poco insufficienti, ci propongono la nostra brava notte bianca (Amministrazioni di ogni colore politico, in ogni angolo d’Italia). La giustificazione di spesa e di impresa che si da all’evento è che lo si fa per giovare e rinvigorire il commercio cittadino che langue. Sarà… ma mi riesce veramente difficile credere che tali feste notturne nascano da queste motivazioni. Qualcuno mi dovrebbe spiegare perché il paio di mutande che non si riesce a vendere di giorno si dovrebbe poi vendere di notte. Mi è più facile invece credere che, come al solito, non ci sia nulla di nuovo sotto il sole. Il poeta latino Giovenale, trattando di come i governanti suoi coevi si assicurassero il consenso popolare, riferisce che lo facevano con “Panem et circenses”. Letteralmente “Pane e giochi al Circo”, ovvero la pratica del Potere di assicurarsi il consenso popolare con distribuzioni di alimenti ed attività circensi. I Borboni avrebbero poi affinato il protocollo di gestione del potere, aggiungendo un terzo requisito alla precedente metodica. Alle Feste e alla Farina, nella Napoli Borbonica, si sarebbe aggiunta la Forca. Era, in sostanza, il governo delle tre F, con il quale si forniva al popolo la Farina, troppo poco per vivere e troppo per morire veramente di fame, le Feste, per non pensare alla fame ed a suicidarsi, e con la Forca, ovvero con la pratica delle crude impiccagioni pubbliche, si dava dimostrazione di potere e di forza.
Altro che manifestazioni in sussidio al commercio che langue. Le notti bianche sono, oggi come allora, una fabbrica del consenso. Un grande palcoscenico ove i politici di turno consentono a se stessi di sfilare e mostrare alla gente la magnanimità del potere. E’ un modo per dire: “Cosa cerchi plebe, ti faccio divertire, cosa altro vuoi?”. In realtà, forse a pensarci bene, qualche cosa di nuovo nella gestione del potere c’è e si tratta di una modifica alla definizione data da Giovenale alla forma del potere. Nella versione quotidiana, quella delle notti bianche tanto per intenderci, si vede in abbondanza il circenses, mentre quello che manca è il panem. Ovunque ci si giri, ovunque si guardi, non bisogna essere uno studioso di Economia per accorgersi che una marea infinita di disoccupati, sottooccupati, cassaintegrati, lavoratori socialmente utili, lavoratori quarantenni a tempo determinato e… vi prego, non fatemeli elencare tutti, non fanno altro che chiedere pane. Costoro non chiedono il prosciutto, ma si accontentano del pane. Quel pane quotidiano che è giusto chiedere così come ha insegnato quell’unico Maestro sulla cui preparazione professionale di insegnamento, nessuno potrà mai eccepire. A questa gente che non chiede di vivere, ma almeno di sopravvivere, a una torma di affamati che stende la mano in nome del sacrosanto diritto a campare, i signori della casta rispondono proponendo puffi e ballerine.
Al grido “abbiamo fame, vogliano vivere”, la cecità politica risponde con feste e sollazzi. “Divertiti e non pensare alla fame”, sembrano rispondere gli uomini del Palazzo. Pare di assistere al Nerone di Petrolini che, dovendo affrontare la folla inferocita che lo vuole linciare, perché il “popolo è ignorante… vo’ li quatrini..”, ha una trovata d’ingegno: “Ho trovato… il popolo è mio… un nume mi ha dato un lume: Eureka! Eureka! E chi se ne… importa! L’ho in mano… Basta che lo fai divertì il popolo è tuo..”. Ma se divertendosi forse si può dimenticare la propria di fame, non c’è belva al mondo che in nome dello spasso festaiolo possa dimenticare la fame dei propri figli, uno sfratto incombente per la propria famiglia, il taglio del gas e della luce. E chi la dimenticherà mai la scena di quel disoccupato che, al ragazzo della Caritas che gli riempiva la busta di generi alimentari, disse ”No… la pasta toglila… mi è finita la bombola del gas e non posso ricomprarla”. Mentre scrivevo queste poche note, un amico che leggeva alle mie spalle è sbottato in una risata, dicendomi: “Stai attento… il potere non perdona e qualcuno potrebbe farti pagare a caro prezzo il fatto che tu tenti di minargli la passerella. La terza F, la Forca, potrebbe riservarla a te”. Mi è tornato in mente quel saggio di mio padre che era solito ripetermi: “statt’acccuorto guagliò”, stai attento a te ragazzo, ed era in sostanza l’invito a non pestare i piedi a nessuno. Purtroppo, la forca già c’è, ed è montata nelle piazze delle notti bianche. Feste notturne di gozzoviglie destinate a giovani e meno giovani che sanno di poter passare impunemente la notte svegli. La notte è fatta per dormire, ma ha bisogno di dormire chi il giorno dopo deve andare a lavorare. Molti di coloro i quali passano la notte gaudente, invece, sanno bene che il giorno seguente potranno dormire fino a tardi perché nessun posto di lavoro li aspetta.
Sulla forca delle notti bianche stanno sacrificando il nostro popolo e, soprattutto, i nostri giovani, dando loro il superfluo quando, invece, mancano proprio del necessario. L’educazione della Gioventù e, soprattutto, l’educazione alla Speranza deve essere uno dei principi fondanti del nostro vivere civile. Non possiamo permetterci di perdere la battaglia dell’educazione delle nuove leve alle quali va dato un senso etico della vita e, soprattutto, non possiamo permetterci di barare con i ragazzi perché sono candidi e spontanei, ma non sono stupidi e riconoscono chi ha autorevolezza e chi, invece, esercita solo l’autorità. Quando i giovani si educano alle baldorie, quando si lascia loro pensare che sono giusti e leciti i bagordi notturni anche perché di giorno non hanno speranza, non ci si lamenti poi se qualcuno di quegli stessi giovani si perde nel buio di quella notte alla quale li abbiamo affidati.
Articolo di Daniele Lembo per www.ladestra.info
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